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CRISI MEDIO ORIENTE (Aggiornamento del 11 settembre 2006)
LIBANOCaritas Libano opera in tutto il Paese con tutte le comunità, senza discriminazioni e questo è stato dimostrato dalla fiducia ottenuta non solo dalla popolazione libanese ma anche dagli Emirati Arabi Uniti, dalla Libia e dall’Arabia Saudita che hanno inviato alla Caritas aiuti umanitari per la popolazione libanese colpita dalla guerra.Il direttore di Caritas Libano, Padre Samaha, è preoccupato circa lo scoraggiamento dei cristiani che trovano più semplice lasciare il Libano piuttosto che ricostruire di nuovo la propria vita in questa terra. I cristiani, in Libano, devono sapere che possono contare sull’aiuto della rete Caritas.Hezbollah è un partito politico sciita del governo libanese ed ha una sua propria forza militare. E’ un partito forte e potente la cui forza è data dalla sua organizzazione ben sviluppata e ben ramificata. La maggior parte della popolazione libanese non condivide l’ideologia e le azioni di questo partito ma, poiché la popolarità degli Hezbollah cresce sempre di più, molti libanesi cominciano a sostenere questo partito. Il partito è impegnato in molti servizi sociali e garantisce assistenza sanitaria, istruzione e cibo a molte persone bisognose. Dopo la guerra il partito si è impegnato nella ricostruzione.
Azione della CaritasSin dall’inizio della guerra Caritas Libano ha mobilitato tutto il suo staff e i volontari (3.000 persone) presenti su tutto il paese per aiutare la popolazione che fuggiva dalle zone di guerra. La sfida è stata difficile ma la volontà e il coraggio degli operatori di Caritas Libano sono stati più grandi della distruzione dei ponti, degli intensi bombardamenti, della mancanza di carburante e di molti altri ostacoli che hanno dovuto affrontare. Dal primo giorno dell’inizio della catastrofe, la rete di Caritas Libano (36 Uffici Regionali) si è adoperata per aiutare i rifugiati direttamente nei centri dove sono stati accolti. Parallelamente a questo intervento l’ufficio nazionale di Beirut ha organizzato l’invio di camion contenenti cibo e medicine per i rifugiati che si trovavano lungo le zone di confine e nei villaggi isolati. Circa 92.000 persone alloggiate in oltre 380 Centri hanno ricevuto aiuto dalla Caritas: sono stati distribuiti generi alimentari, articoli igienici e per la pulizia, acqua, pane e medicine. Inoltre, la Caritas ha fornito attrezzature ospedaliere e medicine a molti ospedali e generi alimentari a istituzioni umanitarie. Le 8 cliniche mobili di Caritas Libano si sono trasformate in cliniche d’urgenza per i centri di accoglienza garantendo le medicine necessarie e i servizi per lo staff medico e i pazienti. Caritas Libano oltre a garantire aiuti e assistenza alla popolazione colpita dalla guerra, si è anche preoccupata di aiutare le persone e le famiglie che hanno subito indirettamente le conseguenze della guerra: agricoltori, negozianti, coloro che hanno perso il lavoro, i lavoratori giornalieri, i pescatori. Con la cessazione delle ostilità, c’è stato un drastico cambiamento della situazione. Si è verificato un massiccio ritorno dei rifugiati ai loro villaggi, i centri di accoglienza si sono svuotati e Caritas Libano sta riprogrammando gli interventi alla luce della nuova situazione. Caritas Libano continua, tuttavia, la sua azione di aiuto a favore di quelle famiglie, rifugiate presso parenti e amici, che hanno deciso per il momento di non rientrare nei loro villaggi ma aspettano che la situazione si stabilizzi. A queste famiglie sono stati distribuiti 7.025 pacchi contenenti generi di prima necessità.
TERRITORI PALESTINESIStriscia di Gaza Dal 28 giugno 2006 i palestinesi della Striscia di Gaza hanno visto deteriorare precipitosamente la loro già precaria situazione. A seguito delle incursioni militari e della cattura si un soldato israeliano, la Striscia si Gaza è piombata in una drammatica catastrofe umanitaria. Da quella data l’esercito israeliano ha iniziato a bombardare Gaza uccidendo finora oltre 200 persone e causando centinaia di feriti. La condizione in cui vive la popolazione di Gaza è miserevole. Camminando per le strade si trovano rifiuti dappertutto. Spesso manca l’elettricità e l’acqua non è potabile. Gli impiegati che dipendono dall’Autorità Nazionale Palestinese non stanno più percependo il salario e a questi si aggiungono anche gli impiegati del settore privato. L’esercito israeliano continua, imperturbabile, ad effettuare incursioni a Gaza uccidendo e ferendo persone e distruggendo case. In risposta a questa situazione Caritas Gerusalemme si è subito attivata con un programma d’urgenza incentrato principalmente sull’aiuto sanitario, la creazione di impieghi, l’istruzione, l’advocacy. Attraverso il team del centro medico di Gaza la Caritas garantisce cure e assistenza ai feriti e agli ammalati. Purtroppo, però le medicine a Gaza cominciano a scarseggiare. Il team medico della Caritas visita le case dove ci sono i feriti, spesso in queste case manca l’elettricità ed ogni intervento di aiuto diventa ancora più difficile. Di questa insostenibile situazione presente nella Striscia di Gaza ne risentono anche i 2,5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania. In quasi tutto il mondo sta iniziando il nuovo anno scolastico: molti bambini palestinesi non possono usufruire di questa opportunità. Secondo un rapporto dell’UNICEF del 5 settembre u.s., il 70% (ossia 750.000 studenti) dei bambini in età scolastica nei Territori Palestinesi non può andare a scuola. Gli interventi che attualmente sta realizzando Caritas Gerusalemme nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania sono: - cure mediche a 350 pazienti - aiuto a 4.500 famiglie - assistenza a 250 studenti poveri - “cash for work” a 556 persone che hanno perso il proprio impiego - distribuzione di medicine a 5 ospedali e a 10 cliniche sanitarie a Gaza - distribuzione di articoli igienici.
All.to: Decalogo per la pace in Medio Oriente di Padre Samir Khalil Samir. Un decalogo per la pace in Medio Oriente (Padre Samir Khalil Samir)
Padre Samir è un gesuita, arabo, grande studioso dell’islam, molto stimato dal papa. E’ nato in Egitto e vissuto in Libano. Professore all’Università Saint Joseph a Beirut, all’Istituto Orientale Pontificio a Roma e al Centro di Teologia Sèvres a Parigi. Fondatore e direttore del Centro di Documentazione e Ricerca Arabo-Cristiano in Libano.
Un programma in dieci punti “per una pace definitiva in Medio Oriente” circola da alcuni giorni in Vaticano e nelle ambasciate, ed è arrivato sul tavolo del papa. Ne è autore un gesuita nato in Egitto, vissuto in Libano, professore all’Université Saint Joseph di Beirut, al Pontificio Istituto Orientale di Roma e al Centre de Théologie Sèvres di Parigi, fondatore e direttore in Libano del Centre de Documentation et de Recherches Arabes Chrétiennes, grande studioso dell’islam e della società islamica: padre Samir Khalil Samir. Benedetto XVI lo conosce e lo stima molto. Nel settembre del 2005, a Castel Gandolfo, ha voluto approfondire con lui e con altri studiosi dell’islam, in un seminario a porte chiuse, il concetto di Dio nel Corano. Già il 22 agosto www.chiesa aveva anticipato una prima bozza provvisoria del testo di padre Samir, in lingua francese. E prima ancora, il 10 agosto, una precedente stesura più breve era stata diffusa dall’agenzia “Asia News”. Ma nei giorni scorsi il gesuita ne ha curato la stesura finale, più ampia e precisa. Che ha poi fatto circolare, oltre che in francese, anche in italiano e in inglese. La lettura del testo è di grande interesse anzitutto perché espone con rara chiarezza – si vedano i paragrafi intitolati “Andare alle radici del problema” – i presupposti che guidano la politica della Chiesa cattolica in Medio Oriente. Sono presupposti che si distaccano considerevolmente dalle posizioni di Israele, a cominciare dal giudizio sulla sua nascita come stato nel 1948. Ciò non toglie che i dieci punti in cui padre Samir articola il suo piano di pace sono a loro volta qua e là nuovi, attenti agli interessi dello stato ebraico più di quanto sia stata finora la politica della Santa Sede. Rispetto ad altre linee presenti ai vertici della Chiesa, sulla questione del Medio Oriente, quella espressa da padre Samir si colloca in una posizione mediana. Da una parte c’è l’orientamento più filoarabo della segretaria di stato vaticana diretta dal cardinale Angelo Sodano, riflesso del filoarabismo ancor più marcato che caratterizza il patriarcato latino di Gerusalemme. Dalla parte opposta c’è una linea più comprensiva delle ragioni di Israele. Di questa linea sono espressione sia la Custodia della Terra Santa da quando a dirigerla è il francescano Pierbattista Pizzaballa, sia il principale negoziatore per la Santa Sede con le autorità israeliane, il francescano David Maria Jaeger, mentre sul piano dell’analisi teorica il suo più lucido interprete è il professor Vittorio E. Parsi, commentatore di politica internazionale di “Avvenire”, il quotidiano della conferenza episcopale italiana presieduta dal cardinale Camillo Ruini. Ecco dunque il testo di padre Samir: Per una pace definitiva in Medio Oriente. Verso una Unione Medio-Orientale di Samir Khalil Samir S.I. Alla fine, Israele non ha raggiunto il suo obiettivo principale, annientare l’Hezbollah, e con esso la resistenza, né ha seminato la discordia tra le differenti confessioni libanesi. In compenso, però, è riuscito a seminare una distruzione duratura nel Libano. Hezbollah afferma di essere il vincitore, e in un certo senso lo è; ma in realtà è destinato a sparire quale milizia. Tutti hanno perso. Sia lode a Dio! Perché altrimenti, qualcuno avrebbe potuto ancora credere che la guerra possa produrre la pace o essere un’opzione in qualche modo interessante. Il grande perdente è il popolo libanese, che ha pagato il tributo più pesante in vittime civili e infrastrutture. Tale è l’ironia della sorte, e il machiavellismo dei grandi! Ed è precisamente questo popolo che, più di ogni altro, aspira alla pace e opera quotidianamente per un progetto intercomunitario. “Il Libano è più che una terra, è un messaggio”, diceva Giovanni Paolo II, e dopo di lui tanti uomini di ogni confessione religiosa. La supremazia militare d’Israele – che non aveva bisogno di essere dimostrata – non gli ha portato la pace, ma piuttosto ha incrementato l’odio e dunque potenzialmente la guerra. I katiusha non renderanno a Hezbollah le sue centinaia di morti, né restituiranno la terra ai palestinesi. Certo, il mondo musulmano, nella sua parte più gregaria, canta le lodi di Hezbollah; ma questo non porterà né più democrazia, né più modernità, né più benessere, né più pace, cose a cui aspira ogni musulmano. ANDARE ALLE RADICI DEL PROBLEMA La guerra non ha mai prodotto frutti duraturi. L’estremismo non si combatte con la guerra, men che meno il presunto “terrorismo”. Tutti i politici riconoscono che occorre “andare alle radici del problema”, il quale risale a più di 50 anni fa. Bisogna necessariamente affrontarlo. Hezbollah, che ha usurpato all’esercito libanese la funzione di difendere la patria, non è la radice del problema: non esisteva neppure quando Israele ha invaso il Libano nel 1982 per attaccare i palestinesi che vi si trovavano. Neppure l’attentato contro Israele ai giochi olimpici di Monaco nel 1972, che ha dato inizio al terrorismo nella regione, è la radice del problema. Neppure gli attacchi continui di Israele contro la terra dei palestinesi e contro i paesi vicini sono la radice del problema. Il problema non è di ordine religioso: tra ebrei e musulmani, o tra ebrei, cristiani e musulmani, anche se è evidente che la dimensione religiosa non è mai assente dalla politica medio-orientale. Non è dunque una guerra tra ebrei (sostenuti dai cristiani) e musulmani. E non è neppure una guerra etnica, tra ebrei e arabi – e chi potrebbe pretendere seriamente che gli ebrei o gli arabi siano realtà etniche? La radice del problema non è dunque né religiosa né etnica; è puramente politica, ed alla politica si aggancia tutto il resto (comprese cultura, sociologia, economia, ecc.) per rafforzare le rispettive posizioni. Il problema risale alla creazione dello stato d’Israele e alla spartizione della Palestina nel 1948 – a seguito della persecuzione organizzata sistematicamente contro gli ebrei, considerati precisamente come una “razza”! – decisa dalle grandi potenze senza tener conto delle popolazioni presenti in questa terra (santa): è questa la causa reale di tutte le guerre che ne sono seguite. Per porre rimedio a una grave ingiustizia commessa in Europa contro un terzo della popolazione ebrea mondiale, la stessa Europa (appoggiata dalle altre nazioni più potenti) ha deciso e commesso una nuova ingiustizia contro la popolazione palestinese, innocente rispetto al martirio degli ebrei. Questa spartizione è in ogni caso un fatto storico, nato da una decisione internazionale. L’esistenza dei due stati, israeliano e palestinese, nei confini fissati dalle Nazioni Unite è una realtà oggettiva e legittima, e non la si può rimettere in questione. Qualunque oltraggio alla legalità internazionale, per quanto questa legalità possa essere discutibile, porta in sé un male più grande ancora di quello contestato. Perciò ogni soluzione del conflitto che non rispetti integralmente la legalità internazionale, cioè le risoluzioni dell’ONU, non può condurre alla pace. PROPOSTE PER UN PIANO DI PACE DEFINITIVO Per raggiungere la pace, solo la strada della diplomazia ha qualche probabilità di successo. Questa strada si fonda su due regole complementari: da una parte, la giustizia e il rispetto della legalità internazionale; dall’altra, la necessità di fare alcune concessioni per tenere conto della realtà. Il che presuppone da una parte conoscenza e senso del diritto internazionale; dall’altra flessibilità e discernimento nonché disponibilità a rinunciare ad una parte dei miei diritti a favore dei diritti dell’altro. Aggiungerei un appunto: posto il fatto che da più di mezzo secolo dominano guerra e odio, non esiste una soluzione perfetta; occorre cercare e accettare la meno imperfetta delle soluzioni. Occorre raggiungere una soluzione duratura – anzi, definitiva – della crisi del Medio Oriente, per poter costruire tutti insieme, lentamente, la pace. E forse – se ci è permesso di sognare un po’ – per creare una Unione Medio-Orientale (UMO), così come esiste una Unione Europea (UE), nata essa stessa dalla convinzione dell’inutilità delle continue guerre in Europa, soprattutto tra Francia e Germania. Per raggiungere questo obiettivo, proverei ad indicare una via, nello stesso tempo giusta e realista, che esprimo in questi punti essenziali, un piccolo “decalogo della pace in Medio Oriente”:
UN’UTOPIA DA REALIZZARE Perché un tale progetto possa iniziare a realizzarsi occorre una rivoluzione mentale. Da più di mezzo secolo i responsabili politici d’Israele e dei paesi arabi non hanno proposto che la violenza ai loro popoli come unica soluzione ai problemi, convincendoli che il diritto e la ragione erano con loro. Occorrerà un lungo lavoro interiore e molto coraggio per cambiare discorso. La guerra non richiede coraggio, la pace sì! La guerra che si è svolta sotto i nostri occhi, con il suo strascico disumano di bestialità e sofferenze, ha consentito a milioni di persone, di tutte le tendenze, di capire che la violenza è inutile, che il Medio Oriente non sarà pacificato dalla guerra. Questa scoperta è forse l’unico bene emerso da questa tragedia, il cui prezzo elevato è stato pagato soprattutto dal popolo libanese, che aveva appena iniziato la ricostruzione. Se da questa tragedia potesse nascere un progetto serio di pace definitiva, allora questo martirio non sarà stato vano! “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Romani 8, 28), scriveva un ebreo orientale all’alba del cristianesimo, Paolo di Tarso. E un figlio di Annaba (oggi in Algeria), non meno celebre, chiamato Agostino, commentava questo pensiero aggiungendo due parole: “etiam peccata” (De Doctrina Christiana 3, 23, 33), anche i peccati. Noi diciamo: “anche la guerra”. Perché no? Molto prima di Paolo e Agostino, un vecchio ebreo ispirato, Isaia, aveva proclamato la sua utopia: “Il lupo abiterà con l'agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà. La vacca pascolerà con l'orsa, i loro piccoli si sdraieranno assieme, e il leone mangerà il foraggio come il bue. Il lattante giocherà sul nido della vipera, e il bambino divezzato stenderà la mano nella buca del serpente. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo, poiché la conoscenza di Yahvé riempirà la terra, come le acque coprono il fondo del mare. In quel giorno, verso la radice di Iesse, issata come vessillo dei popoli, si volgeranno premurose le nazioni, e la sua residenza sarà gloriosa. In quel giorno il Signore stenderà di nuovo la mano per riscattare il residuo del suo popolo rimasto in Assiria e in Egitto, a Patros e in Etiopia, a Elam, a Scinear e a Camat, e nelle isole del mare. Egli alzerà un vessillo verso le nazioni, raccoglierà gli esuli d'Israele, e radunerà i dispersi di Giuda dai quattro canti della terra” (Isaia 11, 6-12). L’utopia, questo paese che non esiste da “nessuna parte”, potrebbe domani realizzarsi se palestinesi e israeliani, libanesi e siriani, ebrei e musulmani, insomma noi tutti volessimo credere all’impossibile. I libanesi ci credono ancora? Il mondo ci crede ancora? Il realismo consiste nell’avere una visione utopistica precisamente per poterla realizzare. Questo paese che non esiste è il paese del futuro. La “terra promessa” non cade dal cielo, si costruisce con la fatica e il cuore di coloro che cercano e costruiscono la pace. La “Gerusalemme celeste” dell’Apocalisse o esiste sulla terra o non esiste affatto. Quella Gerusalemme di cui il salmista canta: “In essa ogni uomo è nato”, aggiungendo: “l’Altissimo la tiene salda. Sono in te tutte le mie sorgenti!” (Salmo 87). Allora tutti i popoli potranno cantare con Davide: “Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: ‘Su di te sia pace!’. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene” (Salmo 122, 6-9). Allora si realizzeranno le parole dell’Apocalisse (21, 2-4): “Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ‘Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate’”.
Conto corrente postale 16095309 intestato a Caritas Veneziana Santa Croce 495/a 30135 Venezia, Conto corrente presso BANCA PROSSIMA intestato a DIOCESI “PATRIARCATO DI VENEZIA” – CARITAS VENEZIANA - IBAN IT 12 H 03359 01600 100000006662 Ricordarsi di specificare la causale del versamento: Medio Oriente.
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