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MAREMOTO ASIA - AGGIONAMENTO 19/01/2005

 

ë     Sono finalmente arrivati i dettagli dei progetti di aiuto d’urgenza e riabilitazione per l’India, lo Sri Lanka e l’Indonesia. Saremo in grado di darvi le schede di sintesi domani 20 gennaio (i documenti arrivati sono in inglese e molto voluminosi);

ë     L’incontro ad-hoc con le Caritas Diocesane/Delegazioni Regionali è fissato per il 16 febbraio 2005, dalle ore 10.00 alle 17.00, presso la sede di Caritas Italiana. Tra gli obiettivi principali dell’incontro:

o        aggiornamento paesi al rientro dalle missioni in loco (India, Sri Lanka e Indonesia)

o        modalità di contributo della Caritas Italiana, con il supporto delle Caritas diocesane e delle delegazioni, ai programmi di emergenza della rete Caritas

o        prospettive di lavoro a medio-lungo termine nell’area a livello nazionale e diocesano/regionale.

ë     Terry Dutto rientrerà dall’India il 24 gennaio.

ë     Si sta organizzando una visita in Indonesia.

Di seguito proponiamo alcuni brani di riflessione ed approfondimento.

E DIO IN TUTTO QUESTO? Di Leonardo Boff

Di fronte allo scatenamento degli elementi della natura nel Sudest Asiatico con migliaia e migliaia di vittime, specialmente di innocenti, non sono pochi quelli che, angustiati, si domandano: E Dio in tutto questo? Egli non è buono e onnipotente, come affermano le religioni? Se è onnipotente, può tutto. Se può tutto, perché non evitò il maremoto? Se non lo evitò, è forse un segno che non è onnipotente o che non è buono. Come disse un poeta-cantante: Se è per disfare, perché ha fatto? Da quando l’essere umano ha avvertito la presenza di Dio nell’universo e nella sua vita questa contraddizione rappresenta una piaga sempre aperta.

I filosofi e i teologi cristiani hanno inventato la teodicea, e cioè una argomentazione che cerca di esentare Dio dalle disgrazie del mondo e dare così una spiegazione alla sofferenza. Ma non ci sono riusciti, perché dare una spiegazione alla sofferenza non la fa cessare, così come leggere ricette culinarie non spegne la fame. Da qui comprendiamo la contesa di Giobbe, eterno protestatario, contro tutti i suoi “amici” (e ci sono incluso anch’io, come teologo, e tutte le religioni) che cercavano di spiegargli il senso del dolore: «Voi non siete nient’altro che dei parolai e dei medici di bugie. Se almeno taceste le persone vi prenderebbero per saggi». Ma noi continuiamo a non tacere…

Di fronte a questa situazione lacerante possiamo alimentare, penso, tre atteggiamenti: rivolta, rassegnazione, speranza contro ogni assurdità. La rivolta si esprime con una negazione. Molti dicono: Dio non esiste. E se esiste, è inaccettabile, perché avremmo più domande da fare a Lui che non Lui a noi. Io mi rifiuto di accettare una creazione di Dio nella quale ci siano bambini che soffrono innocentemente. È una posizione comprensibile e logica. Ma essa non elimina il male, e questo continua. Critici, facciamo la seguente domanda: la ragione è tutto? Dio può essere quello che non possiamo comprendere.

Se la rivolta non risponde, forse la rassegnazione? Questa constata realisticamente: la realtà è fatta di bene e di male. È illusorio cercare di superare il male, perché bene e male son sempre congiunti, come la luce all’ombra. Sapienza è cercare un equilibrio e imparare a vivere senza una speranza finale. Freud e i saggi del Primo Testamento consigliavano: «Accetta il principio della realtà; modera il principio del desiderio; accetta quello che accade; mostra grandezza nel tuo dolore». Questo atteggiamento è nobile, trasforma la persona, ma non muta la realtà brutale.

Un terzo atteggiamento è quello della speranza nonostante tutto. Parte riconoscendo chiaramente: il male è un mistero indecifrabile. Esso sta lì non per essere compreso, ma per essere combattuto. Per questo non è una teoria che gli darà senso, bensì una pratica. Da questa nasce una speranza che in tutto deve esserci un senso segreto al di là dello scandalo della ragione. Esso si manifesta, per esempio, nel miracolo di un bimbo di tre mesi che si salva su un relitto che fluttua travolto dalle acque, o nella solidarietà di tutto il mondo per le vittime. La solidarietà non elimina il dolore, crea una fraternità tra quanti soffrono che impedisce la solitudine e la disperazione. I cristiani e i buddisti dicono: Dio non restò indifferente alla sofferenza. Egli soffre insieme. Andando nell’esilio della incarnazione, gridò: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?». La passione di Dio nella passione del mondo ci fa credere che la speranza abbia più futuro che la brutalità degli eventi. Dio ha promesso che «non ci sarà più pianto, né lutto, né morte, perché tutto questo è passato». E intanto, il mistero continua ad essere mistero e siamo circondati da tanta sofferenza. E quanto fa male.

 

 


Dall’India – Terry Dutto

Il clamore è scemato, il silenzio cala sulla ennesima catastrofe che la globalizzazione ha portato sugli schermi, sulle prime pagine dei giornali e nelle riviste settimanali. Resterà forse ancora qualche strascico per le raccolte di denaro, probabilmente qualche scandalo nella gestione dei fondi da parte di qualche avvoltoio o operatore sprovveduto.

Il numero dei morti, ma soprattutto la trasversalità delle vittime ha fatto sì che l’onda tsunami maledetta sia diventata una delle più seguite tragedie successe nella parte povera del mondo con un numero di vittime senza precedenti tra la popolazione povera del mondo e un numero di vittime, in sé pesantemente significativo, di appartenenti alla parte più ricca, nel momento di maggiore sfoggio della ricchezza acquisita: durante le vacanze in zone di sogno.

Un abbinamento tra ricchezza e povertà che le riviste di turismo non sottolineano, ma che sottende i prezzi stracciati, i servizi facili con persone sempre disponibili in ogni occasione, per molti motivi di distrazione, di divertimento, di relax fisico.

Ora ognuno si sta curando le proprie ferite secondo le regole nazionali che vengono adottate per soddisfare i diversi bisogni. A questo punto è necessario interrogarsi su quali siano i bisogni reali da affrontare e quali siano le soluzioni di breve, medio e lungo termine per farlo in modo soddisfacente.

Il mondo, ma specialmente i paesi asiatici che hanno subito le lacerazioni più gravi hanno capito che la prevenzione degli effetti negativi di qualche calamità è possibile, se non altro per evitare ecatombi umane come quella appena vissuta.

L’India aveva un po’ sdegnosamente rifiutato di allinearsi a USA e Giappone nel 1999 quando i due Paesi hanno istituito il centro di osservazione e allarme per il fenomeno tsunami, per tenerne a bada gli effetti che erano conosciuti.

Oggi, accantonati i rigurgiti nazionalistici, con una certa pomposità postuma, l’India ha accettato di diventare parte del sistema in cui potrà entrare dal 2006. Dovrà naturalmente adottare alcune regole comuni di comportamento per rendere efficace per la popolazione delle coste il “warning” che il sistema produce in caso di maremoti o di anomalie dell’oceano indiano.

Lo Sri Lanka e l’Indonesia dovranno accodarsi, dopo eventualmente aver preso in pieno conoscenza sia delle perdite umane sia dei cambiamenti che lo tsunami imporrà nella gestione delle coste.

La presenza di forze irredentiste nei due Paesi purtroppo, molto probabilmente, non permetterà un approccio ideale alle necessità reali della popolazione, in quanto ogni Paese procurerà di salvaguardare le proprie istituzioni attuali,  prima di incanalare la propria politica in importanti revisioni e riforme a favore della popolazione.

In India il governo centrale, dopo aver rifiutato donazioni ufficiali dall’estero ed aver dichiarato di essere in grado di far fronte senza aiuti esterni alla tragedia in quanto potenza internazionale e non più Paese in via di sviluppo, sta pian piano acquisendo piena coscienza della magnitudo del problema. Le autorità del governo centrale e degli stati locali vengono incalzate sempre più pressantemente dalla popolazione civile perché si pronuncino sulle misure che diventano ogni giorno più necessarie per evitare speculazioni ormai in vista.

Le speculazioni potrebbero materializzarsi in un prossimo futuro contro i componenti di una casta tra le più derelitte della società, quella dei pescatori, quando la ricostruzione delle case sarà un argomento da affrontare obbligatoriamente, dopo che gli oltre 100.000 sfollati hanno preso posto nelle aree “temporanee” loro assegnate, sotto ripari formati da teloni di plastica, con pareti di plastica e tutto quanto definito in modo eufemistico “temporaneo”.

In alcune zone dell’India è cominciata la corsa delle ONG alla ricerca del beneficiario per coccolarlo, seguirne le orme, sostenerlo o almeno averlo inserito di diritto nelle proprie liste ufficiali, da snocciolare nelle statistiche del proprio operato durante gli incontri di coordinamento nazionale e internazionale che si stanno consolidando.

Questo esercizio impegnerà i responsabili delle ONG per un certo tempo, che poi man mano scaleranno la portata delle loro iniziative fino alla chiusura delle sedi nelle aree disastrate. In generale la chiusura delle iniziative di sostegno da parte delle ONG è dovuta all’esaurimento delle risorse disponibili, raccolte nei momenti caldi della emergenza.

La rete di presenza della Caritas invece è parte dello scenario del Paese da sempre e sarà parte della realtà sociale locale in futuro. Questa è la caratteristica che la contraddistingue rispetto a tutti gli altri organismi, inclusi quelli che fanno riferimento alle Nazioni Unite  e che includono nella loro missione tutte le iniziative umanitarie possibili in difesa, riappropriazione, miglioramento e adozione dei parametri che salvaguardano i diritti umani essenziali.

Le Social Service Societies sono gli organi della Chiesa Cattolica direttamente coinvolti nella quotidianità delle operazioni. Sono le strutture che formano il braccio sociale della Chiesa, che agiscono, per loro caratteristica, missione e visione, in tutte le iniziative che coinvolgono la gestione delle comunità locali di fronte alle opportunità di sviluppo sociale ed economico.

Le SSS compongono una rete nazionale che ha fatto della solidarietà motivo di impegno costante e di sicura efficacia per le persone che vi fanno parte o che ne ricevono i servizi. I servizi offerti in modo strutturato ed efficace partono dalla base comune della mobilitazione comunitaria su bisogni specifici. L’attività reale tocca argomenti che rispecchiano in modo fedele le gravi carenze sociali che un continente come l’India vive e di cui soffre da tempi  biblici per l’estensione del territorio, la eterogeneità dei raggruppamenti sociali, la molteplicità, l’importanza storica e la portata umana delle religioni che lo compongono.

Le SSS sono attive su diversi argomenti di contenuto squisitamente sociale di cui seguono alcune esemplificazioni:

1. Il programma di sostegno alle donne sole, vedove o divorziate copre una grave carenza dovuta alla negatività sociale insita nell’abbandono per ogni donna, qualsiasi ne sia il motivo: la vedovanza, il divorzio, la violenza domestica, la malattia. Sono persone destinate all’abbrutimento sociale per l’ostracismo praticato da parte della società civile in tutti questi casi.

2. Il sostegno alla casta degli intoccabili, degli ultimi della società, è una collocazione propria che la Chiesa cattolica ha assunto da sempre in India. La più conosciuta rappresentante di queste schiere di persone caritatevoli è stata Beata Madre Teresa, ma è solo la più conosciuta. Vi sono migliaia di persone che sono dedicate a questa assistenza senza clamori. La notorietà di Madre Teresa di Calcutta permette di raccontare meglio e con meno approssimazione gli atti di coraggio e di solidarietà che la Chiesa cattolica sponsorizza in tutto il continente con i derelitti della società.

3. I progetti di sostegno alla produzione della società rurale fanno da corollario ad una grande maggioranza della popolazione indiana che vive di agricoltura e che riesce con questa a sopravvivere e, in caso di stagioni avverse, rischia di morire per stenti.

4. Le Associazioni dei Pescatori sono l’unico strumento per sostenere civilmente i diseredati delle coste che non conoscono altra risorsa che non sia la pesca costiera, per conoscenza atavica delle risorse marine vicine alla costa e per il totale isolamento che la categoria ha avuto da sempre, anche in quanto la sola cristianizzata fin dal 1550 da Francesco Xaverio in un mondo abitato da popolazioni indu o islamiche. Questa categoria si impone all’attenzione delle istituzioni sociali della Chiesa Cattolica in quanto da sempre è soggetta a pesanti condizionamenti e ad un reale sfruttamento brutale da una serie di operatori dell’entroterra. Alcuni fungono da allibratori della pesca, ingaggiando a poco prezzo il lavoro, sulle proprie barche, di operai del mare; alcuni sono mediatori commerciali che acquistano il pescato nobile costiero a prezzi irrisori rispetto al mercato finale, tenendo sotto controllo la società pescatrice attraverso l’esosità dei loro prestiti concessi ai pescatori nei momenti di carestia, sostenuti, nel tempo, da gestioni usurarie nella restituzioni dei debiti da parte dei pescatori stessi.

5. Le divisioni etniche, religiose e gli interessi economici dei diversi gruppi, che attraversano rispettivamente la società rurale dell’entroterra e la popolazione della costa, richiedono momenti di condivisione comuni, facilitati dalle Società di Servizio Sociale che assumo in questo modo anche il ruolo di pacificatori sociali.

Queste Società formano l’ossatura operativa della presenza minoritaria della Chiesa Cattolica in un immenso continente che cerca di eliminare lo spettro della fame e dell’indigenza di molti suoi abitanti, nel contesto di una società che sta bruciando ogni tappa nella accumulazione economica a favore di caste ricche per autonomasia e ben individuabili, senza una re-distribuzione equilibrata.

Nel contesto generale si vivono contrasti sociali difficilmente capibili con la sola logica pragmatica della società occidentale, cartesiana, settaria e opportunista, che nel tempo è riuscita a produrre le definizioni assolute dei diritti umani di base. Qui ricchezza, stratificazione sociale, povertà, carenze strutturali, privilegi di casta, pesanti condizionamenti religiosi, convivono, senza apparente scandalismo retorico. La realtà sociale dominata dall’alto numero di poveri è contestuale ad una avanzatissima capacità di modernismo che si insinua nei villaggi più poveri con la presenza di telefoni e di collegamenti satellitari nei villaggi più sperduti, negli antri sociali in cui nessun visitatore si addentra per non perdersi. Si scopre che in ogni villaggio ci si può collegare con tutto il mondo telefonicamente senza disturbi, ma manca l’acqua potabile da sempre.

Un continente in cui gli abitanti possono non capire la lingua del vicino stato federato, ma che rispettano un sistema di essere, la libertà limitata e la possibilità di essere qualsiasi cosa e di avere lo spazio per sé che altri permettono, anche se talvolta possono usurpare. L’usurpazione di privilegi e diritti si realizza senza clamore, sovente motivata dal sistema delle caste, come necessità di economia locale, e può essere prevalente, se non contrastata da posizioni alternative che non possono essere personali perché non hanno peso, ma devono essere comunitarie perché dove il singolo non conta nulla, la sua stirpe ha peso, il clan, la comunità assume in questo caso valore di rappresentanza, riesce ad essere persona giuridica.

Questa ultima caratteristica è oggi evidentemente ciò che preoccupa chi di socialità se ne intende in India.

Le persone che per decenni, per vite intere, per generazioni, hanno vissuto sotto il sole delle coste indiane, senza assilli turistici, con il minimo indispensabile per sopravvivere a se stessi attraverso una prolificità benedetta dalla creazione, con una semplicità che ha permesso loro di identificare da sempre la loro casa con una piccola capanna di frasche, dopo il disastro dello tsunami sono diventate non entità perché hanno perduto nell’acqua il loro elemento qualificante e discriminante, nello stesso tempo, la registrazione ufficiale.

In molti hanno perso la casa e tutti gli strumenti di sopravvivenza economica, ma con la cartella della loro registrazione ufficiale é la loro storia che se ne è andata, insieme con la capanna, nell’oceano, inghiottita dall’onda assassina dello tsunami. La storia è anche un pezzo della loro anima che lo tsunami ha portato via, la fiducia nell’immensità ignota dell’oceano, nella creazione che, benevola, permetteva a tutti di sopravvivere e talvolta di festeggiare grandiosamente le pescate più ricche.  Si è rotta la familiarità con l’Oceano che credevano fino a questo punto l’amico, il più fedele connivente di tante avventure, il testimone della loro vita fin dalla nascita, il loro padrino. L’Oceano è diventato omicida, cattivo, si è rivoltato contro, in un eccesso durato pochi minuti, infiniti e gravi per  tutta la vita futura di milioni di persone.

La registrazione è il rientro nella quotidianità della burocrazia che permette di essere oggetto di attenzione politica e soggetto di privilegi attraverso l’applicazione del prezzo politico scontato nell’acquisto di derrate: del kerosene per l’acqua calda del te, per la cottura a vapore del riso, per la preparazione di tanti intingoli di colori e sapori diversi ora delicati ora forti.

Anche in questo caso le Società di Servizio Sociale sono una àncora, un molo di approdo, un centro di servizi che trasforma un diritto etereo in un privilegio reale, rappresentando, con la presenza dei pescatori, la capacità di agire per il bene proprio e per quello delle loro comunità, allineate alle altre componenti della società più ampia di appartenenza.

Senza apporti di diritto comunitario la presenza e l’importanza dei pescatori  si fermerebbe al livello della capacità del clan, della casta e non avrebbe l’attenzione che assume quando le Società di Servizio Sociale prendono posizione e difendono le regole, i diritti, i privilegi contro omissioni, sottrazioni o soprusi anche gravi attraverso la costituzione di apposite “Associazioni”.

Tra i soprusi subiti dalla società dei pescatori che lo tsunami ha fatto emergere alla attenzione degli operatori sociali, oltre il già menzionato il fenomeno del lavoro schiavizzato, realizzato attraverso la gestione dei debiti, si deve aggiungere una recente novità: l’estrazione di silice e di titanio dalle ricche e bellissime sabbie della lunghissima costa che va dallo Stato del Kerala fino a tutta l’estensione dello Stato del Tamil Nadu, per migliaia di chilometri.

Lo scavo della sabbia si effettua sulla linea del bagnasciuga per cui coinvolge direttamente tutte le realtà della costa. L’unica azienda concessionaria si preoccupa di estrarre la maggior quantità di minerale in ogni area di attacco e questo provoca ingenti modificazioni della morfologia delle coste. Uno dei motivi indicati dai pescatori per motivare la distruzione di alcune aree più di altre sulla costa è dovuto agli scavi profondi e indiscriminati che, producendo nuovi profili del bagnasciuga, hanno modificato la forma dell’onda maledetta, aumentandone la forza distruttiva.

Giusta o meno che sia questa diagnosi, il malessere che provoca l’estrazione della sabbia dalle coste può essere motivo grave di contestazioni, di danni ambientali irreversibili e di ulteriore scadimento della qualità della vita per centinaia di migliaia di persone che abitano le coste Sud dell’India.

Dati certi indicano che la costa per millenni è stata coperta da una vegetazione di mangrovie sviluppata e fitta, che ne ha garantito la limpidezza dell’acqua, ha evitato erosioni permanenti, ha moltiplicato gli habitats per fauna e flora marina costali di ogni specie. La coltivazione di gamberetti, ora fiorente attività realizzata in allevamenti intensivi, ha avuto la sua genesi proprio dalla osservazione della realtà delle mangrovie. Ma, poi, è arrivata la tecnologia che sostituisce la natura con la chimica e con le infrastrutture, offrendo il fianco alla natura di ribellarsi.

Anche in questo caso di fronte a motivi di gravi perplessità sociale le Diocesan Social Service Societies diventano luoghi di dibattito, favoriscono la produzione di studi alternativi, permettono rappresentanze qualificate che hanno voce in capitolo e, soprattutto, riducono sia la estensione che la ripetizione costante dei soprusi. Questo almeno fin quando la materia non assume contenuti di politica che fuoriesce dai confini della Diocesi, della Regione, dello Stato federato, per coinvolgere la politica nazionale, quella che si fa in New Delhi.

Per la società locale in cui sono incardinate e di cui si nutrono, le DSSS rappresentano luoghi in cui si sperimenta continuativamente una misurazione continua di capacità propositiva, di autorevolezza conoscitiva su argomenti specifici, di capacità di mediazione quando e per quanto possibile, e, in ultima istanza, costituiscono un ambiente di totale solidarietà verso chi è senza voce o è diventato vittima suo malgrado.

Operare attraverso le DSSS è allinearsi nella difesa dei diritti umani, nella affermazione della necessità di maggiore equità nella redistribuzione sociale delle ricchezze, nella affermazione della positività della azione sociale, soprattutto se indirizzata a benefici comunitari che coinvolgono un notevole numero di individui.

Ultima caratteristica assicurata a chi lavora con e per le DSSS è la coscienza di lavorare con e per gli ultimi della terra, senza paura di andare fuori tema negli interventi che da noi contraddistinguono l’impegno della Caritas tra la gente.

New Delhi, Gennaio 17, 2005

I danni fatti dallo tsunami sono gravi e si ripercuoteranno sulla vita dei pescatori per molti anni.

Aver perso tutti gli strumenti di lavoro rende le persone attonite. La casa era una appendice che si trovava in zone non autorizzate. Talvolta era una semplice costruzione di frasche, così per una vita.

Il governo si muove con molta lentezza, anche se ieri lo Stato del Tamil Nadu ha cominciato a dare alcune diritte per la riabilitazione.

Importante non avere fretta di esserci, anche se purtroppo la pressione mediatica vuole la sua parte.

In questo momento c'e' una animazione frenetica che non depone bene per la chiarezza degli investimenti e per la trasparenza delle operazioni.

Caritas e' il migliore "implementer" anche perché ha molti sacerdoti presenti in mezzo ai pescatori, per cui si conoscono bene i loro bisogni e si può avere un buon discernimento su cosa fare e come farlo, non appena le distribuzioni di derrate si ridurranno.

Tra qualche mese, credo pochi, si potrà realmente avere il quadro delle cose da fare per ristabilire un sistema di vita sulla costa che e' stata devastata.

Channai/Tamil Nadu - 18 gennaio 2005


Dallo Sri Lanka

(Intervista a Padre Damien Ferndando – direttore del SEDEC/Caritas Sri Lanka)

Il paradosso dello Tsunami: nel trauma un'occasione di Pace.

A tre settimane dal maremoto,  il Padre Damien Fernando, direttore di SEDEC/Caritas Sri Lanka, esprime queste valutazioni: leggere critiche per il Governo, ringraziamenti alla comunità internazionale, ma anche una sottolineatura sulla solidarietà tra la popolazione locale, al di là delle differenze religiose od etniche.

Quale è la valutazione del disastro? Quali azioni portano avanti ora le Caritas dello Sri Lanka, nazionale e diocesane?

E', ovviamente, un disastro fuor di ogni proporzione. Ad oggi stiamo soprattutto organizzando campi profughi e altri interventi, raggiungendo quante più persone possibile, tramite le Caritas diocesane, che le conoscono. 

Le Caritas diocesane più colpite sono: Galle, Tricomalee, Batticaloa, Jaffna e Vanni.

Quale è la valutazione del SEDEC, a tre settimane dal disastro, riguardo alle reazioni della comunità cingalese?

E' interessante e importante sottolineare che, immediatamente dopo lo tsunami, la gente delle aree risparmiate è corsa in aiuto delle vittime, senza alcuna considerazione per le differenze religiose od etniche. E’ avvenuto, ad esempio, che un cingalese soccorresse un tamil o un mussulmano, e viceversa.

Naturalmente la gente ha ancora grossi problemi: vorrebbero, ad esempio, tornare nelle loro terre, ma non ci sono ancora abbastanza bull dozer per ripulire il terreno.

Pensate che lo Stato e le altre Istituzioni rispondano al meglio?

Onestamente, penso che il Governo non sia ancora pronto, per cui anche le amministrazioni locali non stiano ricevendo direttive chiare, e non le possono trasmettere alle ONG durante gli incontri di lavoro distrettuali, quasi quotidiani. Ad esempio: non sappiamo dove sistemare gli sfollati ad oggi alloggiati nelle scuole, al momento della riapertura; non abbiamo indicazioni sui luoghi dove si possa ricostruire, quale sia la distanza di sicurezza dalla costa, 100, 200 o 300 metri, a seconda delle località. Non c'è ancora chiarezza su questo punto.

Cosa dire delle comunità internazionali?

Queste sono veramente utili e calorose, per l'aiuto economico, naturalmente, ma anche per la loro stessa presenza: hanno impedito che ci sentissimo soli, fin dall'inizio.  

Non eravamo inoltre preparati, per un tale disastro, e la loro abilità è stata essenziale.

Quanto tempo pensate che sia necessario, perché lo Sri Lanka possa riprendersi?

Forse due anni, o più, al momento non saprei dire.

Il SEDEC ha anche promosso un progetto di Pace e Riconciliazione. Quali sono i metodi seguiti dal progetto, i traguardi che si prefigge, e quali prevedete che possano essere le ricadute dello tsunami sul progetto, e in via generale, sulle trattative di pace?

Paradossalmente, il trauma può farci fare dei passi avanti nella causa della Pace e Riconciliazione, può rappresentare un'occasione molto importante di lavorare insieme, trascurando le differenze religiose o etniche, come è già avvenuto e può continuare, perché la coesistenza pacifica è un valore primario.

Come è organizzato il SEDEC/Caritas Sri Lanka? 

Esiste una Caritas nazionale e 13 Caritas diocesane, per un totale di 400 operatori, di cui 47 nel SEDEC, tra le principali aree di: emergenza e riabilitazione, pace e riconciliazione, e programmi di animazione.

Francesco Paletti - L’impatto del maremoto risulta evidente anche a tre settimane di distanza. I numeri raccontano di una devastazione che ha colpito quasi indistintamente tutta la fascia costiera dello Sri Lanka: 31mila le persone rimaste uccise e 15mila quelle rimaste uccise, mentre sono circa 6mila quelle disperse. Ancora: oltre 190mila le famiglie colpite, 420mila le persone sfollate, 430 i campi profughi allestiti lungo quasi tutta la fascia costiera.

Colpita in varia misura, come detto, quasi tutta la fascia costiera: in pratica fa eccezione soltanto la striscia che va dal Golfo di Mannar alla Baia di Palk, nella parte nord-occidentale del Paese.

Fra le diocesi più colpite quella di Trincomalee-Batticaloa (14.350 vittime e 244mila rifugiati) e Galle (oltre 10mila vittime e 44mila rifugiati). Meno colpita, invece, stando ai dati ufficiali la diocesi di Jaffna-Vanni, ma bisogna considerare che si tratta della controllata parzialmente dallo LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam), le c.d. “Tigri Tamil” in guerra fino al 2001 con il governo di Colombo. Probabile, quindi, che il censimento in quel territorio abbia incontrato qualche difficoltà in più.

Rete Caritas - E’ impegnato con tre gruppi di lavoro sul campo a sostegno di SEDEC/Caritas Sri Lanka e delle Caritas diocesane colpite, alcune delle quali impegnate nella gestione dei campi profughi. A Galle, dove è operativo uno dei gruppi di lavoro, le famiglie vogliono lasciare i campi profughi e tornare nelle loro case o, almeno, andare a vivere con i parenti. Nello spazio di pochi giorni uno dei campi è passato da 400 a 10 famiglie. La maggior parte delle persone spende la sua giornata in quella che fin a prima del 26 dicembre, era la sua abitazione cercando di ripulirla dalle macerie. La maggior parte dei rifugiati di questa diocesi conduceva una vita relativamente agiata, erano prevalentemente rappresentanti della classe media cingalese, come attestano anche le tv e i CD e DVD player ritrovati nel fango.

Il SED/Caritas diocesana, che ha costituito un “gruppo di crisi” guidato dal direttore e di cui fanno parte sia sacerdoti che religiose, sta lavorando ad un censimento approfondito degli sfollati.

Particolare la situazione a Jaffna, la diocesi settentrionale dello Sri Lanka che copre territori –come il distretto di Jaffna- sotto controllo governativo, insieme ad altri –come i distretti di Kilinochchi e Mullaitivu- controllati dall’LTTE.  La popolazione è in modo predominante Tamil di religione Hindu anche se non mancano fra loro cattolici e musulmani. La diocesi è stata pesantemente colpita dal maremoto, in particolare le comunità costiere, quasi esclusivamente pescatori: le barche e le reti sono state distrutte o pesantemente danneggiate.

HUDEC/Caritas diocesana di Jaffna ha il suoi uffici principali a Jaffna e Kilinochi ma, immediatamente dopo il 26 dicembre, ne ha aperto uno anche a Mullativu. HUDEC, che vanta una lunga esperienza nell’assistenza di profughi e sfollati a causa della guerra che ha imperversato nel nord del Paese fino al 2001, è impegnata in attività d’assistenza in 37 campi profughi della diocesi, ha costituito un gruppo di lavoro ad hoc per l’emergenza ed è impegnata in attività di sostegno psicologico ai sopravvissuti.

SEDEC/Caritas Sri Lanka è impegnata nel coordinamento dell’emergenza insieme al gruppo di coordinamento di Caritas Internationalis. Prima del 26 dicembre i suoi 47 operatori si occupano dei tre principali ambiti d’impegno dell’organizzazione: pace e riconciliazione, animazione e soccorso e assistenza di profughi. L’impressione è quella di una struttura abbastanza solida, sia dal punto di vista organizzativo che per quel che riguarda le competenze del gruppo di lavoro. Per quanto riguarda le motivazioni, basti dire che i suoi operatori sono attivi 24 ore su 24 nel verso senso della parola. Senza riguardo per giorni festivi, pause-pranzo e altro.

 

Le offerte alle nostra iniziativa per il maremoto in Asia, possono essere versate nelle sedi della Caritas Venezia, oppure presso:

Conto corrente postale 16095309 intestato a Caritas Veneziana Santa Croce 495/a 30135 Venezia,

Conto corrente presso BANCA PROSSIMA intestato a DIOCESI “PATRIARCATO DI VENEZIA” – CARITAS VENEZIANA - IBAN IT 12 H 03359 01600 100000006662

Ricordarsi di specificare la causale del versamento: MAREMOTO ASIA.