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DA ISLAMABAD – RAWALPINDI A BALAKOT DAL 17.12.2005 AL 22.12.2005
Tanti viaggi, tante situazioni di emergenza, di povertà: o per la guerra, o per le condizioni socio economiche, o per i maremoti e ora per i terremoti. Ti sembra di aver visto sempre tutto, il di più, ma sempre scopri volti di povertà e distruzione che sembrano ancora più drammatici, ancora più angoscianti. Dopo un veloce incontro con il Vescovo di Islamabad, mons. Anthony Lobo, la presentazione del signor Bhatti Shahbaz, presidente dell’Associazione “ALL PAKISTAN MINORITIES ALLIACE” e un pranzo frugale con gli amici “focolarini” presenti a Rawalpindi, si parte in auto per le zone terremotate, per la città di Balakot. La guida che avevo acquistato definiva questa città: “Balakot (982 mt.) è molto più bella vista da lontano che da vicino. Pochi i motivi di interesse per una sosta, però da qui si possono avere informazioni sulla parte superiore della valle e organizzare gli spostamenti”. Balakot è una città fantasma: solo tende, macerie e praticamente nessuna abitazione in piedi. Le tende sono in tela, più adatte ad un campeggio estivo che al clima Pakistano, sulla nuda terra vengono stesi dei tappeti e qualche brace di carbone acceso riscalda a malapena le tende più fortunate, molte non hanno nemmeno questo. L’acqua potabile è assicurata da camion che riforniscono le cisterne dei villaggi e dei campi tenda, l’acqua corrente rimane un miraggio. I bagni ricordano i ns. casolari della campagna veneta, una cabina sotto le stelle e nemmeno in prossimità della stalla…… chi ha qualche capra o qualche mucca è un uomo fortunato e ricco. Ci fermiamo al campo base della “All Pakistan minorities alliace”, tra le tende si sta facendo scuola per i bambini, una breve sosta per distribuire le divise, un pranzo sotto una tenda e poi cambio auto, si passa ad una jeep per visitare alcuni villaggi in mezzo ai monti. La strada è spaventosa: il terremoto non ha lasciato nulla di intatto: le crepe, le frane, i sali e scendi fanno spazio ad un sentiero sconnesso che lascia intuire in origine una strada. Bhatti Shahbaz ci racconta che vi sono ancora molte strade da pulire con le ruspe e in alcuni villaggi si arriva solo a piedi o con i cavalli e/o muli. Immaginiamo la fatica di Bhatti e dei suoi 40 aiutanti, membri dell’associazione, nel raggiungere queste zone a piedi nelle ore seguenti al terremoto, dal momento che non vi era altra scelta. Il contesto socio-geografico in cui ci spostiamo è molto delicato, le montagne non distinguono confini con il vicino Afghanistan, queste terre per la loro natura impervia, sono covo di terroristi, banditi e fondamentalisti. Non sono rari gli attacchi, a sfondo di rapina, anche ad associazioni umanitarie, e la famosa Karakorum (antica via della seta) viene percorsa solo di giorno, scortati dalla polizia locale e spesso pagando un alta “tassa” per il pedaggio. La visita di due villaggi: tutto distrutto, nulla di intatto! La gente vive sotto le tende, ma le temperature, che sono sopportabili durante il giorno, diventano decisamente gelide nella notte (l’escursione termica tra il giorno e la notte può essere anche di 20 gradi). Nei villaggi troviamo tanti bambini, anziani, alcuni ancora con i segni sul corpo del terremoto, chi piange i familiari perduti, chi i figli, il dolore è palpabile e quando incroci i loro occhi avverti un desolante senso di impotenza, la loro attesa di aiuti si sta facendo troppo lunga. Rientriamo al campo base, ormai è buio pesto, per poter trovare un “albergo” dobbiamo spostarci Mansehara, una cena frugale (pane uova riso e tè) e pronti per ripartire il giorno dopo. La visita programmata è per la regione del Kashmir, nella città di Muzuffarabad. Dall’alto si ha l’impressione di una conca tra i monti, con un fiume che l’attraversa, quasi una città turistica. Poi si vedono le tendopoli e scendendo si nota sempre più la distruzione che ha colpito la città. Andiamo in un campo aiutato dall’Associazione “All Pakistan minorities alliace”, vengono distribuite alcune coperte, visitiamo due scuole completamente distrutte che hanno avuto quasi duecento morti tra i ragazzi e le ragazze (erano le h 9.00 del mattino); l’ospedale adiacente è un luogo spettrale. Dai volti delle persone emerge ancora il dolore delle perdite subite, ma la vita continua seppur tra disagi, mille difficoltà, ed una povertà ulteriormente accentuata. Ciò che colpisce immediatamente sono 2 aspetti: in primo luogo molti edifici (es. una scuola, un ospedale e una stalla) sembrano essere implosi, le colonne portanti hanno ceduto alla forza del terremoto e gli interi solai sono crollati l’uno sopra all’altro lasciando intuire l’ovvia presenza di corpi ancora sepolti sotto le macerie, tenuto conto che di ruspe o idonee attrezzature alla rimozione delle macerie ne abbiamo viste pochissime; in secondo luogo non comprendavamo la presenza di guardie armate nei campi di accoglienza, solo in seguito, come spiegatoci da Bhatti e da mons. Lobo, le guardie sono a garanzia e protezione da eventuali incursioni allo scopo di rapire i bambini, meglio se orfani così nessuno potrà reclamarli. Questi vengono venduti, 100 dollari americani vale un bimbo in buona salute, come schiavi per i lavori più umili e pesanti, avviate alla prostituzione se donne oppure alimentano il traffico d’organi. Riprendiamo il viaggio di ritorno verso verso Islamabad, ciò che ci si immaginava, la realtà l’ha abbondantemente superato. Bhatti ci dice che poche ore dopo il terremoto erano già presenti nelle zone più disperse, cristiani al servizio di tutti, talebani e fondamentalisti compresi. Da alcuni giorni hanno finito tutte le risorse e ciò che rimane è solo la vicinanza con la gente che vive in quella situazione di precarietà e di dolore. Ci fa notare che le condizioni di vita, all’interno del campo, dei membri dell’associazione sono le stesse degli ospiti, nessun privilegio, ciò che si ha è diviso e condiviso con tutti. Lui vede la nostra presenza come un segno del Signore che chiede a loro (molti dei volontari hanno lasciato famiglia, figli, anche il lavoro) di continuare, di non fermarsi. Tre sono i bisogni che loro ritengono importanti: la costruzione di 300 casette in una zona impervia, tra i monti, per dare la possibilità di affrontare meglio l’inverno e dando loro un tetto in lamiera; la costruzione di due scuole, in altri due villaggi, per poter far sì che i bambini possano continuare la frequenza che altrimenti si deve interrompere a causa del freddo insostenibile sotto le tende ed una jeep per poter raggiungere le zone più impervie e poter portare il materiale necessario. Qui il tasso di analfabetismo oscilla mediamente fra il 65-70% della popolazione, i cristiani che rappresentano il 3-4%, spesso sono confinati e relegati in situazioni periferiche, non viene consentito loro la costruzione di edifici o luoghi di culto e vengono destinati spesso ai lavori più umili e pesanti. Per questo mons. Lobo confida nell’importanza di aprire un college destinato ad elevare il grado d’istruzione della popolazione cristiana (popolazione povera). Ci incontriamo ad Islamabad con mons. Lobo, ci presenta la situazione politica, il problema del terrorismo, la vigilanza perché i bambini orfani non vengano rapiti e per questo alcuni saranno ospitati presso una struttura della Diocesi a Rawalpindi e ci chiede se lo potremo aiutare all’accoglienza questi orfani. La situazione è difficile, il mondo pare si sia già dimenticato anche se c’è la presenza di alcune organizzazioni delle Nazioni Unite e di qualche ONG (Organizzazioni non governative), ma il da farsi è molto e l’inverno rischia di mietere ulteriori vittime innocenti. Non è possibile rimanere indifferenti!!
Le offerte alla nostra iniziativa per il Pakistan, possono essere versate nelle sedi della Caritas Venezia, oppure presso: Conto corrente postale 16095309 intestato a Caritas Veneziana Santa Croce 495/a 30135 Venezia, Conto
corrente presso
BANCA PROSSIMA
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